Dalla collaborazione di UNICEF con Fondazione Akelius e Fondazione ISMU, è nata Akelius, una piattaforma per l’insegnamento dell’italiano L2 nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, sperimentata in 20 Paesi del mondo per favorire l’insegnamento di 14 lingue, tra cui ovviamente l’italiano.
Uno strumento innovativo - che abbinato alla didattica in aula definisce un contesto di apprendimento blended - recentemente approdato in forma sperimentale anche in alcune scuole bresciane.
Gli esiti positivi della sperimentazione sono quindi stati presentati in Cattolica con l’incontro “Lingue che incontrano, parole che includono. Il programma UNICEF-Akelius per una didattica plurilingue e innovativa alla scuola primaria”.
Ad assistere una platea di studenti e studentesse di Scienze della Formazione Primaria, i futuri insegnanti del domani. L’iniziativa è stata infatti promossa dal corso di studi coordinato dalla docente Katia Montalbetti, dalla Facoltà di Scienze della Formazione e dal Dipartimento di Pedagogia.
«L’obiettivo è quello di supportare ragazzi e ragazze, bambini e bambine con background migratorio nell’apprendimento della lingua del contesto di arrivo - ha spiegato Sophia Benassila, specialista Istruzione e Sviluppo Competenze di UNICEF ECARO. Al suo interno si trovano corsi di lingua, è gratuita, interattiva e adattabile agli stili di apprendimento, integra le lezioni tradizionali ed è utile a stimolare le competenze comunicative».
I vantaggi riscontrati? Maggiore autonomia nell’apprendimento, maggiore partecipazione e motivazione nei percorsi di plurilinguismo.
Il parternariato globale che ha permesso la creazione dell’app risale al 2017. In Italia, la sperimentazione della piattaforma è iniziata con l’anno scolastico 2021/22 in due Istituti Comprensivi di Bologna e Roma, per poi proseguire fino ad oggi in oltre 100 Istituti Comprensivi italiani, principalmente in Lombardia, Emilia Romagna e Lazio.
L’operazione è proseguita col coinvolgimento di comuni e di università come la Cattolica, «che ci permette di osservare la sperimentazione dall’altro punto di vista, quello dei docenti e futuri insegnanti che l’hanno utilizzata in classe con alunni di età compresa tra i 6 e i 12 anni» conclude Benassila.
La presentazione bresciana ha quindi spiegato – anche con esempi pratici - come gli strumenti digitali possano sostenere percorsi didattici partecipativi per rispondere alla crescente diversità linguistica e culturale delle classi.
«Oltre alla traduzione didattica, tra le buone pratiche sperimentate da tutor e tirocinanti nelle scuole c’è anche l’uso della piattaforma per facilitare la comunicazione durante i colloqui tra insegnanti e genitori di famiglie non italofone, oltre alla possibilità di rimanere in rete e condividere il materiale tra colleghi» ha raccontato Giuliana Fini, tutor di tirocinio del corso di laurea in Scienze della formazione primaria.