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“Who counts as human?” Prospettive decoloniali in ricordo di Frantz Fanon

13 maggio 2026

“Who counts as human?” Prospettive decoloniali in ricordo di Frantz Fanon

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Frantz Fanon (1925-1961) – psichiatra, militante, intellettuale, combattente – offre ancora oggi strumenti preziosi per interpretare vecchi e nuovi sistemi di dominazione coloniale che coinvolgono differenti ambiti, dalle politiche migratorie, alle relazioni quotidiane, fino alla costruzione del sapere. La sua figura è stata riesplorata nel corso di due giornate da studiose e studiosi provenienti da diverse parti del mondo, restituendo la poliedricità di questo autore.

Il 27 e 28 aprile, infatti, presso la sede dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri), si è tenuto il seminario internazionale Frantz Fanon at the Centenary: Global Capitalism, Colonial Warfare, and Practices of Liberation, promosso da Aseri e Polidemos attraverso il direttore Damiano Palano, dalla dottoressa Ludovica D’Alessandro e dal professor Sandro Luce, in occasione del centenario della nascita di questo autore, ancora estremamente attuale.

Sono stati ricordati in particolare i suoi scritti, come Pelle nera, maschere bianche (1952) e I dannati della terra (1961), il suo lavoro da psichiatra e la sua biografia, con le lotte nella Resistenza – prima francese e poi algerina – e la sua vita breve ma in movimento. Sono stati ricordati e discussi anche i suoi rapporti con altri autori, come Aimé Césaire e Jean-Paul Sartre, ma anche con il marxismo.

Al centro della riflessione, innanzitutto, il riconoscimento del carattere psichico della colonizzazione. I traumi di isolamento, discriminazione e alienazione prodotti dai sistemi coloniali generano effetti sulla psiche che non possono essere letti come individuali, bensì sistemici, intrecciati con l’ambiente e le relazioni. Effetti da considerare nelle esperienze delle persone migranti e razzializzate.

Corpo e mente non possono essere considerati separati dall’esperienza sociale delle persone che li vivono, così come la scrittura e l’attività politica di Fanon non possono essere separate dalla sua esperienza biografica. Solo guardando complessivamente all’esperienza dell’autore – la guerra, la professione, la condizione di persona razzializzata e migrante – è possibile comprendere il processo di soggettivazione che ha portato alla sua opera, mostrando ancora una volta che “il personale è politico”.

Il seminario ha ospitato anche prospettive giuridiche, che hanno analizzato la formazione del diritto nei contesti post-coloniali ed evidenziato come la presunta neutralità delle istituzioni possa – ancora oggi – delegare ai privati e depoliticizzare l’atto violento, lasciando il soggetto razzializzato in una condizione di continua negoziazione. Un’incertezza che ha conseguenze dirette sulla salute psicofisica.

L’analisi del pensiero di Fanon permette di disvelare i processi coloniali che, in diverse forme, sono ancora in atto nel presente. Le stesse politiche migratorie europee possono costituire un sistema di oppressione non più fondato sulla forza bruta, ma su meccanismi burocratici che impediscono l’ingresso legale o tengono le persone in sospeso, in attesa di documenti, producendo effetti psicologici profondi. Non meno rilevanti sono state le riflessioni sulla colonizzazione degli spazi urbani: la divisione della città nega a molte e molti il diritto di viverla nella sua interezza. La decolonizzazione passa dunque anche dalla libertà di abitare lo spazio.

Universalismo e violenza sono temi centrali nel pensiero di Fanon, e risuonano con forza nella domanda con cui il professor Azzedine Haddour (University College London) ha aperto la sua keynote lecture: “Who counts as human?”. Il colonialismo non solo descrive, non solo domina le soggettività, ma le produce, determinandone la percezione stessa. La visibilità non equivale al riconoscimento, e il riconoscimento di per sé non basta. L’integrazione implica anche una qualche forma di assimilazionismo.

L’autore immagina un nuovo umanesimo, un nuovo senso di umanità. Fanon ci ricorda che servono modi radicalmente diversi di interagire tra esseri umani: non aggiustamenti, ma una trasformazione strutturale. In questo quadro, è stata sottolineata anche l’importanza di una nuova prassi linguistica – né quella dell’oppressore né quella degli antenati degli oppressi – capace di decostruire anziché tradurre, di effettuare una “de-traduzione”.

Il pensiero di Fanon ci invita quindi oggi a interrogarci non solo su ciò che pensiamo, ma da dove lo pensiamo. Mette in crisi la pretesa di neutralità del sapere occidentale e chiede un decentramento epistemico: un “pensiero del margine” capace di guardare l’interno dall’esterno e viceversa, e in cui il margine è anche uno spazio di resistenza. Ci obbliga a pensare alla decolonizzazione come processo ancora in corso, che passa anche da una decolonizzazione del pensiero e del mondo accademico.

Non si può, infine, non affrontare il colonialismo senza fare i conti con i processi di estrazione e di produzione del capitalismo globale. Il razzismo non è un fenomeno separato dall’economia: è un elemento strutturale dello sfruttamento capitalistico – il cosiddetto “capitalismo razziale” teorizzato da Robinson – che differenzia il costo del lavoro e organizza la divisione internazionale della produzione in base al colore. La classe, dunque, non può essere vista senza guardare anche ai dispositivi di inferiorizzazione, razionalizzazione e sessualizzazione che ne modellano la composizione.

Il dominio coloniale è stato affrontato nelle sue diverse forme, ma è stato innanzitutto un processo di appropriazione ed espropriazione delle terre indigene, dove la bianchezza si trasforma in proprietà. Non è potuto quindi mancare il riferimento a ciò che sta succedendo ancora adesso a Gaza e nei territori palestinesi occupati.

Rileggere Fanon oggi, dunque, significa portare avanti – da una prospettiva di frontiera, che non è via di mezzo, ma zona di conflitto – una riflessione di decolonizzazione e liberazione, rimodellare gli spazi in modo che siano dignitosi per tutte e tutti, e immaginare un’umanità davvero universale.

Un articolo di

Margherita Farinella

Dottoranda in Istituzioni e Politiche

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