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Guerra e Pace

28 febbraio 2022

Guerra e Pace

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Il discorso di lunedì 21 febbraio di Vladimir Putin, seguito dalla firma del decreto con cui la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche secessioniste russofone del Donbass, Donetsk e Lugansk, ha segnato una svolta nella crisi russo-ucraina. Gli appelli al dialogo e alla pace sono caduti nel vuoto e con l’attacco di Mosca a Kiev la guerra è tornata a colpire l’Europa. La situazione è drammatica e potrebbe avere ripercussioni non solo nell’area ma a livello mondiale con importanti risvolti politici ed economici. Quale sarà la reazione degli Stati Uniti? L’Unione europea supererà le sue divisioni? Basteranno le annunciate sanzioni? Grazie al contributo dei docenti dell’Università Cattolica abbiamo analizzato e approfondito le conseguenze della crisi con una serie di testi, interviste e testimonianze oltre che a una serie di incontri e iniziative.
 

«La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra»


«Mentre Putin rischia freddamente la guerra, l’Occidente deve rischiare la pace». E il primo contributo arriva direttamente dalle otto università cattoliche della Strategic Alliance of Catholic Research Universities (SACRU) che propongono alla comunità internazionale, attraverso esperti di relazioni internazionali, di economia e di teologia degli atenei cattolici di quattro continenti, percorsi di riconciliazione in cui veder sorgere la speranza. Un invito a tutti, a partire dagli atenei, a fare la propria parte per far prevalere, in mezzo al fragore delle bombe, le ragioni della pace.


Il prezzo della solidarietà, il dovere della libertà

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Redazione

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«I venti di guerra avranno conseguenze dirette sull’economia, l’entità dipenderà dalla durata e dall’intensità del conflitto, nonché dai danni conseguiti» prevede Andrea Monticini, docente della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, sugli effetti che l’invasione russa in Ucraina potrà avere sul sistema economico nazionale e internazionale.
 

Russia-Ucraina, a rischio i consumi delle famiglie


Una guerra destinata a protrarsi sarà infatti deleteria soprattutto per la Russia. Secondo il professor Raul Caruso, docente di Economia della pace dell'Ateneo, «un’economia dipendente dalle esportazioni di risorse naturali è per definizione fragile e infatti non stupisce che il 13% della popolazione viva in povertà. Se la condizione di declino economico è attesa in queste economie, una minore attenzione viene solitamente posta sull’inclinazione sull’uso della forza».
 

La fragile economia russa e i rischi della guerra


«La Russia, che peraltro impiega il 4,3% del suo Pil in spese militari – prosegue Caruso - rappresenta un esempio di come l’espansione di settori manifatturieri innovativi e la creazione di catene globali del valore tende a limitare gli incentivi all’uso della forza poiché i guadagni privati e pubblici di tale integrazione produttiva a livello globale tendono ad aumentare i costi attesi di un eventuale conflitto. Il regime di Putin, viceversa, plausibilmente anche con fini di diversione rispetto ai problemi interni, confida nelle rendite derivanti dalle esportazioni di idrocarburi e pertanto non teme di dover pagare costi eccessivi dal progressivo isolamento che seguirà a questa operazione militare. In ogni caso, questi sono errori di valutazione sostanziali da parte di Putin e del suo entourage poiché i costi dell’impegno militare saranno destinati ad aumentare andando a determinare un ulteriore impoverimento dell’economia che in un tempo non lungo metteranno a rischio la tenuta interna del Paese stesso».


Anche per questo la guerra è stata contestata, non solo in Europa, ma anche nella stessa Russia, dove in queste ore si stanno susseguendo le manifestazioni contro il conflitto, represse dalla polizia. Per Adriano Dell’Asta, docente di Lingua e letteratura russa della nostra Università e già direttore dell'Istituto italiano di cultura a Mosca, la vergogna per quanto sta succedendo è un sentimento comune in gran parte della popolazione. Una lettura che smonta l’idea di una società monolitica e fedele al nuovo zar, forte “solo” della potenza militare ma indebolito dalla gravissima crisi economica e da una pessima gestione del Covid. E che, come ogni “buon” autocrate, «ha canalizzato le preoccupazioni interne al suo grande Paese verso un nemico esterno, per cercare di recuperare un consenso che gli sfugge di mano».

«Non lasciamo soli gli ucraini - il suo appello - e non abbandoniamo al proprio destino, in questa vergognosa nuova avventura bellica, neanche il popolo russo». C’è bisogno, oltre che di strategie geopolitiche, di deterrenza militare e di sanzioni economiche, di “iniziare processi, più che di occupare spazi”, di “pontefici”, di costruttori di ponti».

La lettura del conflitto chiama in causa però anche altre questioni, tutt'altro che marginali, come per esempio la spaccatura interna all’ortodossia. Monsignor Francesco Braschi, docente di Teologia in Cattolica e direttore della classe di Slavistica all’Accademia Ambrosiana, ricorda che «in Ucraina esiste dal 2018 una Chiesa ortodossa autocefala riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli, ma non dalla Chiesa di Mosca, e una Chiesa del patriarcato di Mosca, numericamente maggioritaria ma considerata con sempre maggiore ostilità dal governo e da buona parte dell’opinione pubblica perché legata a una “potenza straniera”».
 

Chiese ortodosse, alla ricerca di un’unità nella differenza


«Bisogna partire - spiega Braschi - dal presupposto che i punti di riferimento culturali e storici sono totalmente diversi dai nostri. È soltanto negli ultimi 25 anni che la Chiesa ortodossa russa ha faticosamente cominciato a elaborare un paradigma di relazione con lo Stato che non ne contempli la totale fusione, e ciò avviene comunque all’interno di una tradizione, quella bizantina, che non riesce a distinguere adeguatamente tra la lealtà nei confronti dell’autorità civile e il rischio di un totale appiattimento su di essa».

«Il contrasto tocca la fede e l’identità ecclesiale di milioni di persone, che si trovano divise tra loro nonostante professino la medesima fede. Naturalmente, ciò in questo momento non aiuta e in qualche modo rischia di alimentare una contrapposizione che va a confliggere con quel sentimento di unità fraterna che accomuna milioni di famiglie miste».
 


In questo quadro il vero punto di forza su cui può contare la leadership russa è la significativa dipendenza dell’Europa, in particolare della Germania e dell’Italia, dal gas russo oltre che dal petrolio. La domanda centrale in questa discussione riguarda la possibilità che l’Europa possa credibilmente affrancarsi da questa dipendenza.

«Un paper molto utile di Bruegel - ricorda il professor Francesco Timpano, docente di Economia politica presso la Facoltà di Economia e Giurisprudenza - ha stimato una sottoutilizzazione delle fonti di approvvigionamento del gas (diverse dalla Russia) di 1800 TWh/annui (di cui 1000Twh di LNG) che potrebbe teoricamente compensare l’attuale volume di 1700 Twh/anno che riceviamo dalla Russia. Ad esso occorrerebbe aggiungere il potenziale allargamento delle forniture dagli altri nostri fornitori tradizionali Norvegia, Nord Africa e Azerbaijan e l’aumento della produzione interna».
 

Gas, l’Europa può davvero rendersi indipendente dalla Russia?


«Questo significativo processo di conversione dell’approvvigionamento di gas si potrebbe realizzare a prezzo di un aumento significativo dei costi (anche dovuto dall’attuale saturazione della capacità di liquefazione e trasporto di LNG) e da cambiamenti rilevanti e strutturali nelle catene internazionali di fornitura. Ma i cittadini europei sono disposti a pagare per questo processo di riconversione?»

 

Molto spinoso è, di conseguenza, il tema delle sanzioni. Ma in che cosa consistono di preciso? «Si tratta di impedimenti a svolgere attività economiche da e per la Russia. I provvedimenti approvati da Usa, Ue e altri alleati - spiega Emilio Colombo, professore di Economia Internazionale del nostro Ateneo - possono essere distinti in due categorie: da una parte abbiamo delle sanzioni economiche generali che riguardano la finanza e alcuni settori particolari mentre dall'altra ci sono delle sanzioni di tipo personale, che vedono coinvolti alcuni soggetti legati direttamente alla cerchia di Putin».

 



«Le prime - prosegue Colombo - si sono orientate verso la finanza e hanno bloccato l'accesso al sistema finanziario Ue-Usa alle principali banche russe. Inoltre è stato posto un blocco alle esportazioni, dai Paesi europei verso la Russia, di una serie di beni che sono essenzialmente di carattere tecnologico ma che si prestano a un uso militare oltre che civile. Le seconde hanno invece colpito i cosiddetti oligarchi o altre persone legate al riconoscimento delle repubbliche separatiste e che hanno appoggiato la guerra, come per esempio i parlamentari della Duma che hanno votato a favore dell'attacco. Queste persone sono state sanzionate direttamente ovvero non possono viaggiare verso gli altri paesi europei e, nel caso degli oligarchi, si è cercato di congelare i loro asset finanziari personali all'estero».

«Da questo punto di vista la crisi – conclude Colombo - anche se dolorosa, può ricordare all'Unione europea il motivo per cui è nata e la forza dei suoi valori. Se questo conflitto riuscisse a far aumentare questa consapevolezza per l'Europa sarebbe un grande passo in avanti».

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