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Cara televisione, tanto antica e sempre nuova

27 maggio 2026

Cara televisione, tanto antica e sempre nuova

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La televisione non è morta. Anzi, continua a occupare il centro del sistema dei media, trasformandosi insieme alla società e ai linguaggi contemporanei. È attorno a questa convinzione che si è sviluppata, il 22 maggio, la presentazione del volume Cara Televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti di Aldo Grasso, pubblicato da Raffaello Cortina Editore. Un incontro che, promosso dal Dipartimento della Comunicazione e dello spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dal Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi (CeRTA) e dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI), è stato soprattutto un momento prezioso per riflettere sul ruolo culturale della televisione e sul contributo intellettuale del professor Grasso per la sua comprensione. La sua attività di studioso ha consentito di indagare a fondo la natura di uno strumento la cui portata va ben oltre l’intrattenimento. E la presenza numerosa, attenta e partecipe di studentesse e studenti ne è stata la riprova più evidente.

 

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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Un mezzo, la televisione, che «data per morta, continua invece a dimostrarsi del tutto viva», ha detto Massimo Scaglioni, docente di Economia e marketing dei media e delle industrie creative e direttore del CeRTA. Nel ricordare il legame tra Grasso e il centro di ricerca da lui fondato, Scaglioni ha evidenziato le due anime dell’autore che il libro racchiude: da una parte lo storico della televisione, dall’altra il critico che quotidianamente osserva e interpreta i linguaggi del piccolo schermo sulle pagine del Corriere della Sera. «I sentimenti verso la tv sono vari», ha osservato. Tra questi, «interesse o irritazione, ma resta una fedeltà ostinata verso questo mezzo», capace ancora oggi di riportarci davanti allo schermo, nonostante l’avanzata dei canali social e delle nuove forme di fruizione che hanno notevolmente ampliato l’esperienza dello spettatore.

Sulla stessa linea anche l’intervento di Damiano Palano, direttore di ASERI, che ha scelto di evitare ogni tono celebrativo per mettere invece in luce il valore critico dello sguardo di Grasso. Conosciuto per le sue recensioni spesso autorevoli ma graffianti, il critico televisivo viene apprezzato, secondo Palano, per la capacità di mantenere «con distanza critica e leggerezza, uno stile intellettuale che permette di leggere nella televisione le trasformazioni profonde della società contemporanea».

L’incontro è poi entrato nel vivo con il dialogo tra Aldo Grasso e Lorenzo Ornaghi, politologo, già rettore dell’Università Cattolica e già ministro dei Beni culturali. Con ironia, Ornaghi ha confessato di leggere ogni giorno «A fil di rete», la rubrica di Grasso sul Corriere: «Il resto lo leggo velocemente», ha scherzato, riconoscendo però nella scrittura del critico una capacità sempre più mordace. Da qui, la riflessione si è allargata alla natura stessa della televisione.

Per Ornaghi, la tv è stata «una rivoluzione inavvertita»: un cambiamento epocale accolto con naturalezza, che ha trasformato l’immaginario collettivo e il modo in cui la società percepisce se stessa. La televisione, ha aggiunto, «non è soltanto un mezzo di comunicazione ma uno strumento culturale», capace di creare nuove convenzioni sociali e nuove forme di civiltà».

Le parole di Ornaghi hanno trovato continuità nelle riflessioni di Grasso. L’autore del libro ha fatto presente come «la televisione abbia in maniera totale caratterizzato la seconda metà del Novecento». Se in passato conoscere il mondo significava muoversi fisicamente, con la tv «accade il contrario: è il mondo che entra in casa». Una trasformazione radicale dell’esperienza umana, resa ancora più straordinaria dalla possibilità di assistere in tempo reale a eventi lontanissimi: «Ci ha dato, come certi santi, il dono dell’ubiquità».

Secondo Grasso, proprio questa familiarità quotidiana ha reso la rivoluzione televisiva quasi impercettibile. «Tutto questo è arrivato nelle case con leggerezza e stupore», cambiando lentamente abitudini, linguaggi e forme di socialità. Dal telequiz del giovedì ai varietà del sabato, la televisione ha inciso anche sullo “sport nazionale”, a tal punto da influenzare perfino il colore delle maglie dei giocatori per rendere più fruibile la visione delle partite. Insomma, la tv ha contribuito all’autorappresentazione del Paese che così «comincia a sentirsi una società unitaria».

Da qui, il discorso si è spinto verso il presente e il futuro dei media. Internet e globalizzazione, ha osservato Grasso, non hanno cancellato la televisione ma le hanno dato nuova linfa, modificando il modo di rappresentare il mondo. E guardando avanti, il critico ha indicato nell’intelligenza artificiale «la vera grande rivoluzione che ci aspetta».

Ornaghi ha quindi riportato l’attenzione sul rapporto tra insegnamento e trasmissione del sapere, ricordando la tradizione della scuola di Comunicazioni sociali dell’Università Cattolica, pioniera in Italia in questo settore. Un percorso che, ha spiegato, si intreccia profondamente con la vicenda accademica e professionale di Grasso.

Lo stesso Grasso ha rievocato con gratitudine il ruolo avuto da Ornaghi nella sua carriera universitaria. Quando il Corriere della Sera gli affidò la rubrica di critica televisiva, parte del mondo accademico guardava con sospetto a quella scrittura giornalistica, considerata distante dal linguaggio scientifico. Fu Ornaghi, allora rettore, a riconoscerne il valore culturale e a sostenerne il percorso accademico.

Infine, parlando del libro, Grasso ha ammesso: «È il libro che amo di più, forse perché è il libro che non volevo scrivere». Una dichiarazione che restituisce il tono personale dell’opera, sospesa tra autobiografia intellettuale, riflessione storica e attenzione quasi artigianale alla scrittura.

A chiudere simbolicamente il dialogo, il richiamo di Ornaghi a Edmondo Berselli e all’idea che il critico debba sempre sapersi «inchinare» davanti ai fenomeni che osserva: comprenderli prima di giudicarli. Forse è proprio questo il sentimento che attraversa tutto il libro di Grasso: uno sguardo critico, mai indulgente, ma ancora profondamente innamorato della televisione.

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