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Mediazioni di pace in tempi di guerra, il ruolo del giornalismo

07 marzo 2026

Mediazioni di pace in tempi di guerra, il ruolo del giornalismo

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In un'epoca in cui i tradizionali mediatori di pace sembrano svaniti o hanno perso la loro incisività, l'informazione è chiamata a fare un passo avanti. «Forse il giornalismo non è morto?» è questa la domanda avanzata da Laura Silvia Battaglia, direttrice delle testate del Master, con cui si è aperta la tavola rotonda di sabato 27 febbraio. Nell’aula Pio XI si sono tenuti due eventi congiunti: un panel dal titolo “Mediazioni di pace in tempi di guerra” e il Graduation Day della classe 2023-2025 della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica.  

Il direttore del Master Marco Lombardi, in apertura di conferenza, con un’esortazione provocatoria a “uccidere” il proprio editore, ha ricordato a tutti i presenti l’importanza intellettuale e professionale del giornalista a scapito di logiche economiche o interessi politici.

Temi che Nicoletta Vittadini, vicedirettrice del Master, pone nel suo intervento alla base della concezione di pace in negativo che emerge dal contesto attuale. C’è pace lì dove non c’è un motivo politico o economico abbastanza valido per fare una guerra. Ma quali sono quindi le condizioni per instaurare un duraturo e proficuo processo di pace, e quali i primi passi da compiere? Bisogna ridurre la polarizzazione, che se da un lato ha certamente trovato terreno fertile nei nuovi media, dall’altro non ha risparmiato nemmeno quelli tradizionali. Per farlo è necessario superare il racconto superficiale e semplicistico di tipo oppositivo, sintetizzato nella narrazione anestetizzante dell’uno contro l’altro.

La deriva bellica del sistema economico è un fatto. Lo dimostrano i dati del rapporto Mediobanca mostrati da Barbara Setti, responsabile dell’area ricerca per Fondazione Finanza Etica: nel periodo tra inizio 2022 e fine 2024 l’indice Stocks aerospazio e difesa ha sovraperformato rispetto all’indice dei titoli non della difesa. Le aziende della difesa sono cresciute di oltre il 70% contro una media del 20% dell’indice azionario globale, rispondendo a classiche logiche di mercato: al crescere della domanda di armamenti, aumentano le aspettative di profitto.

Durante il dibattito si è discusso del futuro della professione del giornalista in questo nuovo “disordine globale”, fatto di conflitti e di pace imperfetta. Ha parlato di questo Tatjana Dordevic, presidente dell’Associazione Stampa Estera di Milano, che a partire dal contenuto “Zemlja – The Land That Remembers, The Land That Forgets” il suo ultimo documentario sulla Bosnia a trent’anni da Srebrenica, ha raccontato l’eredità che la guerra lascia alle generazioni che non l’hanno vissuta. In particolare, ha sottolineato il ruolo fondamentale di una memoria condivisa e di un sistema dell’informazione indipendente nel mantenimento di una pace duratura. A questi requisiti, Elena Pasquini, giornalista esperta in conflitti e politiche di sviluppo, ha aggiunto la continua vigilanza sia nei grandi palazzi che nei piccoli villaggi, assieme al compromesso e alla faticosa accettazione dell’altro.

Infine, Gianluca Costantini ha ricordato il contributo degli artisti attivisti che combattono attraverso il disegno. Costantini è docente del corso specialistico di Linguaggi del fumetto, che da anni collabora con la Scuola di Giornalismo pubblicando un’edizione speciale del periodico Magzine, un’unione tra parole e arte. L’ultimo numero riguardava proprio i peace advocates, i “Giusti” che hanno perseguito una giustizia dal basso.

Alla fine dell’incontro si è tenuta la cerimonia di consegna dei diplomi, ma la tanto attesa pergamena non è stata per i ragazzi l’unico premio. Alcuni studenti, infatti, si sono aggiudicati il concorso “Stories that matter”, promosso da Fondazione Finanza Etica e Associazione Stampa Estera di Milano rappresentate sul palco rispettivamente da Barbara Setti e da Tatiana Dordevic. Per la sezione video ha vinto Matteo Bartolini, con il suo progetto “560 lives” che racconta l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 1944: il video ragiona sugli effetti di questi eventi negli scenari di guerra attuali. “The Man Who Broke War’s Wing” è il progetto di Maria Gomiero e Pietro Piga premiato per la sezione long form. L’articolo racconta la storia di Elio Pagani, uno dei primi obiettori di coscienza nell’industria bellica in Italia.

Un articolo di

Martina Faggiani e Martino Mangalaviti

Scuola di Giornalismo

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