La seconda presidenza di Donald Trump continua a porre agli osservatori della politica americana un interrogativo di non facile soluzione: quanto di ciò che il presidente dice e fa è gesto teatrale, e quanto è invece il segnale di una trasformazione più profonda degli Stati Uniti? Tra apparenza e sostanza si gioca oggi una partita che riguarda non soltanto la democrazia americana, ma anche il rapporto transatlantico, la tenuta dell'ordine liberale e il ruolo di Washington in un sistema globale sempre più frammentato.
È a partire da questa tensione che si è sviluppato l’incontro conclusivo della School of Global Politics. Moderato dal professor Damiano Palano, ordinario di filosofia politica e direttore di ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il seminario, dal titolo “Substance and Appearance in Trump’s America”, ha visto il confronto tra Andrew Spannaus, giornalista e analista politico di Radio24, e Marilisa Palumbo, responsabile della redazione Esteri del Corriere della Sera. Due sguardi diversi su uno stesso oggetto, capaci di restituire il trumpismo non come anomalia personale, ma come sintomo politico.
Per Spannaus, la domanda decisiva non riguarda il carattere di Trump, ma la natura del momento americano. L’apparenza è quella di un presidente impulsivo, capace di trasformare ogni decisione in uno scontro personale. La sostanza, tuttavia, è meno contingente. Trump non è soltanto un’anomalia, ma il punto di emersione di una crisi accumulata del modello globalista, segnata da finanziarizzazione, deindustrializzazione e perdita di dignità economica in ampie aree della società statunitense. In questa lettura, il trumpismo non coincide semplicemente con Trump, ma nasce da fratture sociali e culturali reali, e proprio per questo non può essere liquidato come una parentesi. Da qui il carattere paradossalmente ottimista del suo intervento. La riscoperta dell’interesse nazionale, della politica industriale, della competizione con la Cina, dell’energia e del dollaro come strumenti di potenza indicherebbe una svolta “post-globale” più ampia, iniziata con la prima amministrazione Trump ma proseguita, in forma più ordinata, anche sotto Biden. Il problema, per Spannaus, non è quindi l'esistenza di una nuova direzione americana, ma il modo personalistico e aggressivo con cui Trump la interpreta, a scapito della credibilità americana. Eppure, pur tra tensioni evidenti, il sistema americano conserverebbe ancora una capacità di correzione. Il principio dei checks and balances continua a operare attraverso tribunali, media, università e Congresso. L’America, dunque, è ferita, ma non necessariamente spezzata: dopo Trump, potrebbe ancora correggere la propria traiettoria.
Più cauta, invece, la lettura proposta da Palumbo, che pur condividendo con Spannaus l'idea di un progetto politico riconoscibile dietro l'apparente caos trumpiano, ne misura con maggiore inquietudine le ricadute internazionali. Dove il primo intravede una traiettoria ancora correggibile, la seconda osserva come alcune scelte e oscillazioni della politica estera americana abbiano già eroso la credibilità degli Stati Uniti. Richiamando i casi dell'Iran, del Venezuela, dell'Ucraina e della competizione commerciale con la Cina, Palumbo ha insistito sul costo politico di una leadership che gli alleati percepiscono ormai come imprevedibile. Il nodo decisivo, nella sua analisi, è la fiducia, in quanto le alleanze non si reggono soltanto sulla convergenza degli interessi, ma sulla prevedibilità dell'impegno americano. Quando quella fiducia si incrina, l'Europa non può più affidarsi alla continuità automatica del legame transatlantico. Da qui il monito più politico del suo intervento, ovvero la necessità di definire con maggiore autonomia i propri interessi strategici, senza dare per acquisita la tenuta dell'Articolo 5. Un orientamento, del resto, che precede Trump. Già il pivot to Asia di Obama lo aveva preannunciato, e gli anni di Biden, pur condotti nel registro dell'alleanza, non ne hanno mutato la direzione di fondo. Di quella tendenza Trump rappresenta la manifestazione più esplicita, non la causa originaria.
Due sguardi che non si contraddicono, ma si completano. L'uno scruta i meccanismi di tenuta interni all'America, l'altro misura il prezzo già pagato dalle alleanze. Spannaus invita a non confondere il rumore con la rotta, ricordando che il trumpismo è figlio di trasformazioni più lunghe di Trump stesso e che il sistema americano ha già attraversato altre stagioni di stress senza spezzarsi. Palumbo, dal canto suo, insiste sul fatto che alcune fratture, una volta aperte, raramente si richiudono nella stessa forma. Tra ottimismo istituzionale e realismo diplomatico, la School of Global Politics chiude la propria edizione lasciando aperta la questione di fondo: se la seconda presidenza Trump costituisca un'anomalia destinata a essere riassorbita, o la manifestazione di una transizione più ampia del sistema politico americano e del suo ruolo internazionale.