«Il carcere non deve essere considerato un luogo di pena ma una finestra per la rieducazione»: lo ha scritto il rettore Elena Beccalli nel messaggio inviato in occasione del convegno Ricostruire la speranza: pena e lavoro in dialogo, promosso dalla Facoltà di Giurisprudenza e dal Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Pastorale sociale e del Lavoro dell’Arcidiocesi di Milano. L’incontro si è svolto martedì 24 febbraio in aula Pio XI a Milano, proseguendo il cammino sulla speranza avviato nell’anno giubilare, con particolare riferimento al Giubileo dei detenuti.
«Il sovraffollamento delle carceri – ha proseguito il Rettore – chiama tutti, operatori e società civile, a riflettere sulla pena che deve salvaguardare la dignità della persona e l’inserimento sociale dei detenuti, come previsto dalla Costituzione. Ricostruire la speranza, oltre i buoni propositi e gli auspici, vuol dire considerare la giustizia penale un laboratorio di umanità e le opportunità di reinserimento non una concessione ma parte di un percorso di impegno serio e condiviso».
Il richiamo alla dignità della persona implica che il condannato non possa essere ridotto al proprio errore o alla pena inflitta, come ha affermato don Nazario Costante, responsabile della Pastorale sociale dell’Arcidiocesi di Milano: «La giustizia non è solo punizione, ma un processo che coinvolge la comunità e il tessuto sociale in cui ciascuno vive».
Il convegno ha voluto approfondire il senso della pena e il ruolo che il lavoro può assumere nei percorsi di recupero e responsabilizzazione di chi ha commesso reati, favorendo un dialogo tra mondo giuridico, istituzioni e società civile per comprendere come coltivare concretamente la speranza.
Ha aperto i lavori Stefano Solimano, preside della Facoltà di Giurisprudenza, che in qualità di storico del diritto ha offerto un rapido excursus sull’evoluzione del concetto di pena, da obbligo afflittivo a percorso di rieducazione e reinserimento sociale.
Il moderatore Gianluca Varraso, docente di Diritto processuale penale e Diritto penitenziario, ha illustrato con i dati del Ministero della Giustizia la situazione dei detenuti lavoratori dopo la legge 354 del 1975, che ha segnato un cambiamento storico, superando la concezione del lavoro come afflizione.
Nel suo intervento, monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha condiviso le testimonianze ricevute dai cappellani delle carceri, evidenziando un senso diffuso di impotenza nella ricostruzione della speranza. «La società civile non ha simpatia per una procedura di reinserimento. La politica, oltre a pensare di costruire nuove carceri per risolvere il sovraffollamento, non sembra domandarsi in che modo questi cittadini o migranti che sono in carcere possano essere – non solo per compassione ma per una valutazione del bene comune – presenze attive e apprezzabili per quello che sono capaci di fare». A pesare sulla speranza, oltre al sovraffollamento, è anche la condizione psichica di molti detenuti. Per questo l’arcivescovo ha invitato a non far mancare ai detenuti lavoratori la promessa che vale la pena essere cittadini onesti che mettono a frutto i propri talenti, trovando un reinserimento conforme alla loro dignità.
Sul rapporto tra pena e lavoro è intervenuto anche Gabrio Forti, emerito di Diritto penale dell’Università Cattolica, sostenendo la necessità di ripensare la pena alla luce della dimensione lavorativa. Con riferimenti letterari, ha proposto una nuova immagine della giustizia: non più la donna con bilancia e spada, ma una figura che si china su chi è debole. «Il dialogo tra pena e lavoro implica che la rigidità della pena sia intrisa della dignità del lavoro». Per questo ha definito inopportuno il termine «trattamento» rieducativo nell’art. 15 del regolamento penitenziario.
L’idea più adeguata, come ha sottolineato Rossella Padula del Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Lombardia - che ha portato al convegno il contributo dell’Amministrazione penitenziaria e della direttrice regionale Maria Milano Franco D’Aragona - è quella di «accompagnamento», più vicina a una visione di fraternità e misericordia. Ha inoltre confermato che il sovraffollamento non si risolve costruendo nuove carceri, ma attraverso strumenti come la liberazione anticipata speciale e le misure alternative, che possono realmente deflazionare la popolazione detenuta.
La tavola rotonda successiva ha messo in dialogo realtà diverse, evidenziando come istituzioni, mondo produttivo e terzo settore possano collaborare per creare percorsi di inclusione lavorativa. Moderata da don Nazario Costante, ha riunito gli interventi di Giovanni Albetti (imprenditore), Claudio Cazzanelli (Direttore A&I Onlus), Veronica Magenes (Responsabile inclusione sociale Afol Metropolitana) e don David Maria Riboldi (cappellano della casa circondariale di Busto Arsizio e fondatore della cooperativa «La valle di Ezechiele»).
Dalle loro testimonianze è emersa una dimensione più concreta: l’impresa come via per restituire dignità alla persona; l’accoglienza e il sentirsi scelti da parte dei detenuti lavoratori; l’inserimento lavorativo come reale inclusione; il ruolo decisivo della cooperazione sociale; il funzionamento degli sportelli lavoro, grazie ai quali il detenuto diventa protagonista del proprio futuro. È stato anche sottolineato il valore della prevenzione, attraverso interventi sulle marginalità sociali e sulla scolarizzazione.
In conclusione, è emersa con chiarezza l’idea che il carcere non è soltanto luogo di pena e sofferenza, ma può diventare spazio di riscatto e speranza grazie all’impegno degli operatori penitenziari e del mondo giuridico. Una pena giusta non è separabile dalla speranza, poiché «senza speranza la sofferenza rischia di generare solo rancore e isolamento, peggiorando la condizione di chi entra in carcere». Serve dunque un impegno condiviso e concreto da parte di tutte le componenti coinvolte, per aiutare chi è caduto a rialzarsi e a ricostruire la propria vita, anche attraverso il lavoro.