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Ricostruire la speranza: pena e lavoro in dialogo
Un confronto tra istituzioni, accademia e società civile sul valore rieducativo della pena e sul ruolo del lavoro nel reinserimento dei detenuti
| Agostino Picicco
22 maggio 2026
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Con la proiezione dei cortometraggi documentari “Fragili legami. Il laboratorio di teatro sociale nel carcere di Verziano” e “Cos’è Udepe. Le misure alternative alla detenzione” si è chiuso un cerchio lungo 18 mesi che ha visto gli studenti del DAMS impegnati nel contesto dei Laboratori di Scrittura audiovisiva e di Produzione e postproduzione audiovisiva di base (2024-25 e 2025-26).
Il frutto del lavoro, condotto dentro e fuori dal carcere con il coordinamento dei conduttori di laboratorio Carla Coletti, Fabio Piozzi e Francesco Massimo Maria Buscemi, è stato reso pubblico durante una mattinata di “restituzione” nell’Aula Magna di via Trieste, alla presenza di Francesca Paola Lucrezi, direttrice degli Istituti penitenziari di Canton Mombello e di Verziano e Benedetta Venezia, direttrice dell’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Udepe) di Brescia.
«Un prodotto che deve tanto a tante persone: studenti, docenti, enti territoriali ma anche e soprattutto gli ospiti detenuti all’interno delle carceri e case circondariali bresciane» ha ricordato in apertura Massimo Locatelli, docente Coordinatore del corso di laurea.
Per farlo, gli studenti del DAMS sono entrati nella casa di reclusione di Verziano per assistere al Laboratorio di Teatro sociale tenuto da Carla Coletti e attivo da una quindici d’anni nell'istituto.
«Il laboratorio è frequentato da uomini e donne e ospita, una volta al mese, i figli e le figlie delle persone detenute oltre a diversi volontari e agli studenti e studentesse del corso di Teatro sociale. Uno spazio di incontro dove potersi raccontare» ha spiegato la prof. Coletti.
Gli studenti hanno quindi potuto osservare le azioni del laboratorio ed intervistare i partecipanti per dar voce a chi, in una situazione di reclusione, decide di evadere artisticamente.
In attesa che dal 4 al 6 giugno i documentari siano presentati al Milano Film Fest 2026, il racconto dell’esperienza del gruppo di lavoro è stato affidato alla voce di due studenti.
Beatrice Lacerenza ha descritto l’esperienza come una palestra di competenze dove l’apprendimento più arricchente e formativo sono stati gli incontri «e l’aver capito l’importanza del linguaggio e di quanto siano riduttive e pericolose le etichette che usiamo nel quotidiano anche senza rendercene conto».
Mentre Matteo Mauli, oltre che sull’apprendimento basato sull’adattarsi a tempi, luci e mezzi che giocoforza non sono quelli di un set cinematografico, ha fatto una riflessione «sull’urgenza di racconto delle storie personali, esperienze, ansie, dolore, desideri, voglia di cambiare direzione» ma anche sul «senso dell’attesa – di una telefonata, di un famigliare, della fine della detenzione – che è la dimensione maggiore in carcere».
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