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Iran, un sistema di potere privo di legittimità

15 gennaio 2026

Iran, un sistema di potere privo di legittimità

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Le proteste contro il regime represse ancora una volta nel sangue. E la situazione nel Paese resta fragile, frammentata e molto complessa. L'analisi del professor Riccardo Redaelli, direttore del Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato (CRiSSMA).


Di fronte alle notizie delle stragi compiute dal regime di Teheran contro i manifestanti, dinanzi alle immagini (poche, data la censura) dei corpi di giovani rinchiusi in sacchi neri e ammassati negli obitori risulta difficile non fermarsi a un sentimento di pietà e di condivisione del dolore per quelle vite spezzate. Eppure, proprio in questi momenti, l’analisi delle dinamiche profonde di quanto stia accadendo è fondamentale, in particolar modo se si tratta della Repubblica islamica dell’Iran, uno dei paesi più complessi da capire.

Se per anni l’Iran è sembrato l’attore regione più forte, le sconfitte e le umiliazioni subite dal governo di Teheran negli ultimi due anni da parte di Israele hanno mostrato la sua fragilità. A ciò si è aggiunta la spaventosa crisi economica che sta impoverendo il ceto medio del paese e che non è dovuta solo alle sanzioni, ma alla enorme corruzione e alle storture di un’economia piegata agli interessi del clero sciita politicizzato e dei pasdaran, le potenti guardie della rivoluzione islamica.

Tutto ciò ha fatto probabilmente ritenere il regime più debole di quanto sia, mostrando la possibilità di far crollare un sistema di potere detestato dalla maggioranza della popolazione. Tuttavia, alcuni elementi sono stati poco considerati in Occidente. Le proteste di piazza non appaiono essere unitarie: vi sono le minoranze etniche e religiose (arabi sunniti, baluci, azeri, kurdi) che si sentono discriminate dal centro politico; vi è il ceto commerciale esasperato dalla catastrofica condizione economica; vi sono infine soprattutto i giovani e le donne dei centri urbani che vogliono la caduta del sistema di potere (il nezam) creato da Khomeyni dopo la rivoluzione del 1978-79.

Non vi sembra finora esservi un reale coordinamento fra le diverse anime della protesta. Anche perché, e questo è un ulteriore elemento di debolezza, a differenza di quando cadde lo shah Pahlavi, non vi sono dentro o fuori dal paese, leader riconosciuti, movimenti politici organizzati o ideologie di riferimento capaci di coordinare e guidare le proteste. Ed è difficile pensare che il figlio dello shah possa seriamente rappresentare il futuro dell’Iran: gli slogan a favore dello shah che risuonano nelle piazze non sono il segno di una nostalgia monarchica; semplicemente, si inneggia alla antitesi politica della detestata Repubblica islamica. Infine, un elemento chiave è dato dalla tenuta dei sistemi di repressione e delle forze di sicurezza. Finora, pasdaran e basij – i bracci armati del sistema – sembrano determinati a eseguire gli ordini. Anche l’esercito regolare, di solito molto prudente e ai margini, mostra ora i muscoli contro la propria popolazione.

Difficile, in questa situazione, immaginare il crollo del nizam. A meno di un’azione militare esterna, come quella promessa dal presidente Trump. Che tuttavia, non appare né certa né chiara: in Venezuela il regime change promesso si è risolto nel mantenimento del sistema senza più Maduro. Eliminare Khamenei non porterebbe alla democrazia, anzi. E gli Usa sembrano riluttanti a imbarcarsi in una avventura militare di lunga durata. I paesi regionali, monarchie arabe in testa, sembrano molto scettici: meglio una Repubblica islamica indebolita che un salto nel vuoto di una possibile frammentazione caotica del paese.

Certo, rimane evidente che, anche dovesse superare questa crisi, la Repubblica islamica sarebbe solo uno spento sistema di potere privo di legittimità, avvinghiato a un paese che la detesta e a cui non ha da tempo più nulla da offrire, se non sangue, dolore e miseria.

 

 

Foto di Kevin Martin Jose su Unsplash

Un articolo di

Riccardo Redaelli

Riccardo Redaelli

Direttore del Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato (CRiSSMA) - Università Cattolica

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