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Le periferie alzano la voce

28 luglio 2023

Le periferie alzano la voce

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L’assassinio di Nahel Merzouk, un ragazzo di 17 anni di origine algerina ucciso da un poliziotto a Nanterre, lo scorso 27 giugno, ha innescato, in tutta la Francia, una serie di violente proteste. Uno scenario che ha riproposto, in modo anche più intenso, quanto accaduto nel 2005 quando dalle banlieue parigine si scatenò una rivolta che rapidamente incendiò tutto il Paese. Eventi, che, oggi come allora, hanno indotto, anche in Italia, una riflessione sullo stato delle nostre periferie. Come si vive lontano dai centri storici e dai quartieri residenziali nelle nostre metropoli? A che punto è il processo di integrazione dei giovani di seconda e terza generazione? Qual è la situazione dal punto di vista della (micro)criminalità? In questo breve reportage proviamo a tracciare un bilancio insieme ai docenti dell’Università Cattolica riprendendo anche alcune considerazioni e testimonianze emerse nel corso di alcuni incontri ospitati dal nostro Ateneo.

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Redazione

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Scontri in seguito all'omicidio di Nahel nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2023 nel quartiere Planoise di Besançon | Photo by Toufik-de-Planoise (CC BY-SA 4.0)

Un percorso che non può che partire da Milano. E proprio a uno dei quartieri più “caldi” della città, San Siro, la nostra Università ha dedicato un incontro il 4 luglio in occasione della presentazione del libro Barrìo San Siro. «È il quartiere della ‘super diversità’ – ha spiegato l’autore del volume Paolo Grassi - perché lì vivono persone di quattro nazioni diverse, e vi è una geografia composita che vede una componente anziana, per lo più italiana, e una più giovane componente straniera che esprime maggiore fragilità, dato che parliamo di giovani nati in Italia ma con difficoltà di integrazione e inclusione. Ragazzi con vicende di dispersione scolastica o con accessi a lavori precari, per cui diventa utile capire come lavorare con tali giovani». 

Esiste una banlieue milanese?

«Tante azioni, pur positive, risultano tra loro scollegate e saltuarie, e non strutturano il percorso dei giovani – ha detto intervenendo all’incontro Marco Granelli, assessore alla sicurezza del Comune di Milano - occorre dare continuità a tali relazioni, creando sinergie ed evitando conflitti».

Secondo Maddalena Colombo, docente di Sociologia dei processi culturali, «sarebbe opportuno pensare la periferia non come ‘vuoto’ ma come ‘pienezza’ della vita urbana, ossia una cintura vitale che abbraccia il centro (già denso di storicità e patrimonio di bellezza) e gli conferisce un senso. Solo così ci accorgeremmo che essa merita più rispetto, che ha una storia e una bellezza a sé, una sua identità nel sistema urbano, tutta da costruire e interiorizzare con modalità adatte ai tempi dell’IT e dell’ipermobilità. Se sapremo dare voce a chi vive una marginalità imposta dai grandi sommovimenti infrastrutturali ed economici, in primis i più giovani e i più anziani, potremo scoprire – conclude - le radici e gli orizzonti di una nuova cultura dell’abitare in periferia».

Pensare la periferia come pienezza della vita urbana

Una via, questa, intrapresa da molti anni da coloro definiti, spesso riduttivamente, come “educatori di strada”. In Italia, in tal senso, sono tantissime le realtà attive. L’Università Cattolica, lo scorso 4 maggio, a ridosso del centenario della nascita di don Lorenzo Milani, che alla formazione e all'educazione degli ultimi dedicò tutta la vita, ne ha raccolto testimonianza diretta in occasione del convegno “Le Barbiane di oggi”. Per Maria Granata del Polo Exodus, che opera nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, a Cassino (FR), Africo (RC) e Cosenza «ogni contesto è un luogo di sapere se ben fatto. Ogni luogo deve essere un luogo di apprendimento».

Quarto Oggiaro (Foto di Adrian Balasoiu)

«Ridare la parola significa costruire luoghi dove si promuove la parola – ha spiegato Eugenio Brambilla di I Care - questa è la giustizia che ogni scuola è chiamata ad incarnare». Conclude Riccardo Taddei di Non uno di meno di Trieste: «Dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare, guardare ai ragazzi, ma anche a quale mondo li stiamo preparando».

E c’è anche chi, da un contesto difficile è riuscito ad uscirne per diventare a sua volta un educatore, un esempio concreto di riscatto sociale. Daniel Zaccaro, dopo un’adolescenza difficile a Quarto Oggiaro, che lo ha condotto anche in carcere, proprio da San Vittore ha fatto partire la sua rinascita che lo ha portato a conseguire la laurea triennale in Scienze della Formazione e quella magistrale in Progettazione pedagogica e formazione delle risorse umane presso la nostra Università: «Il mio percorso – spiega - è stato un po' diverso, molte volte mi ritrovavo a studiare cose che avevo vissuto, e questo faceva la differenza. Studiare dava una forma al mio passato, o magari anche solo un termine tecnico per definirlo, un metodo.

Daniel Zaccaro in Università Cattolica

Un indicatore importante, per capire la situazione e le criticità di una periferia, riguarda il tasso di microcriminalità. In tal senso è significativo lo studio del Centro di ricerca di Ateneo Transcrime sul fenomeno delle gang giovanili. «Quando si parla di gang giovanili si intendono fenomeni di aggregazione molto diversi tra loro per cultura, finalità, origini e questo si riflette sul rapporto con il territorio».

Con queste parole Marco Dugato, docente di Metodi e tecniche della ricerca criminologica, ha avviato la riflessione sul rapporto tra periferie italiane e gruppi di giovani con comportamenti devianti. «Sacche di marginalità, di povertà, di esclusione sociale che spesso caratterizzano alcune delle periferie possono fare da brodo di coltura per questo tipo di gruppi» ma questo rapporto non è così univoco» e a volte il disagio va ricercato più in problematiche psicologiche o relazionali rispetto al rapporto tra pari.

Ci sono poi importanti differenze tra i diversi territori del Paese. Per esempio «in grandi città del sud osserviamo la nascita di gruppi che hanno una contiguità con la criminalità organizzata classica», mentre nelle grandi città del nord «abbiamo più problemi legati alla presenza di ragazzi stranieri, o di seconda e terza generazione, o di minori non accompagnati che presentano delle complessità».

La componente etnica non è così rilevante: «Non esistono gruppi che si associano perché provengono tutti, per esempio, dalla stessa nazione ma spesso si tratta di ragazzi che si trovano a vivere nello stesso contesto, ragazzi italiani e non, situazioni di esclusione e di marginalità».

Una conclusione che, almeno per quanto riguarda il panorama italiano, pone sullo stesso piano tutti i giovani che si trovano a vivere in contesto difficile. Ed è per questo che, come ha ricordato Daniel Zaccaro, «il mondo adulto deve imparare ad orientare, che non significa solo sapere dove si vuole andare, ma anche aiutare i ragazzi a capire dove sono collocati nel presente».

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